Quota di partenza: 750 m

Quota di arrivo: 610 m

Lunghezza del sentiero: 5 km circa A/R

Dislivello: – 140

Tempo di percorrenza comprese le soste: 3 ore

Percorso categoria T (itinerario per tutti)

Il percorso che parte dalle Grotte di Calda, a 750 m slm, e arriva al parco termale, precisamente all’opera Earth Cinema dell’artista Anish Kapoor (650 m slm circa), consente al visitatore di ripercorrere idealmente un viaggio seguendo due dimensioni: una temporale, che dalla preistoria conduce al presente, l’altra spaziale, che dalla superficie giunge a toccare le profondità della terra. Il percorso comincia dalla visita alle Grotte, cavità naturali abitate fin dal Mesolitico (8000 a.C.), e prosegue per circa 2,5 km.

Durante gli scavi archeologici, cominciati agli inizi del secolo scorso, le ricerche portarono alla luce numerosi e interessanti reperti che indussero gli studiosi a stabilire che si trattasse di un luogo legato al culto delle acque sulfuree. Le grotte situate in località “Calda” costituiscono una testimonianza fondamentale per lo studio della preistoria dell’Italia Meridionale, in particolare nel periodo compreso tra l’8000 a. C. (Mesolitico) e il 1300 a. C. (Eta’ del Bronzo). Le prime indagini nelle grotte furono effettuate da Vittorio Di Cicco, allora Direttore del Museo di Potenza, nel 1912-13. I risultati furono pubblicati nel 1916 da parte di U. Rellini, eminente paletnologo dell’epoca, e questa pubblicazione costituisce ancora oggi un caposaldo per la conoscenza della preistoria nell’Italia Meridionale. L’interpretazione che venne data di queste grotte è che esse fossero state usate come depositi votivi collegati al culto delle acque, abbondanti in questo sito. Gli studi recenti, condotti dal prof. Giuliano Cremonesi tra il 1970 e il 1988, e ripresi nel 1997 dalla prof. Renata Grifoni Cremonesi, hanno permesso di stabilire la successione delle varie culture e la storia degli antichi gruppi umani che vi ebbero sede, in rapporto allo sviluppo delle civiltà mediterranee. Gli scavi moderni pur non escludendo del tutto il carattere sacrale della grotta ipotizzato dal Rellini nel 1916, in riferimento al culto delle acque salutari hanno rilevato come la grotta sia stata frequentata essenzialmente come abitazione. Una di essa si presenta attualmente come un potente deposito antropico sezionato dall’apertura della strada provinciale 57 e addossato ad una scarpata rocciosa che è quanto resta del fondo di una cavità di notevole profondità ed estensione, progressivamente ridotta a piccolo riparo da una serie di crolli della volta, lontani nel tempo l’uno dall’altro.

Seguendo la SP 57, si arriva nei pressi della sorgente principale delle acque termominerali di Calda.

Le prime testimonianze documentate relative alle sorgenti di Calda risalgono al 1745: è il barone Giuseppe Antonini a parlare di un “luogo chiamato Calda” dove vi sono “acque minerali, che i paesani a guarire vari mali, credono buone …”.

Da qui, riprendendo la scalinata, dopo alcuni metri, si trova il vecchio stabilimento termale di Latronico, oggi sede del Museo del Termalismo, all’interno del quale è possibile conoscere un’esperienza che risale agli anni ‘20 e ‘30 del secolo scorso.

Proseguendo lungo il percorso è possibile vedere la Vasca Sael (Società Anonima Elettrica Latronichese), testimonianza di un’iniziativa degli anni ‘20 mirata a portare l’energia elettrica nel centro abitato di Latronico attraverso lo sfruttamento delle “cascate” d’acqua della contrada Calda. Più avanti, a circa 500 m, è visibile un rudere dell’antica centrale idroelettrica, costruita intorno al 1925. Per la costruzione delle opere murarie, sia della vasca di carico che della centrale, furono impiegate maestranze locali, valenti artigiani della tradizione latronichese. A circa 1 km dal luogo in cui sorgeva la centrale si arriva nel parco termale di Latronico, luogo che ospita Earth Cinema, l’istallazione permanente realizzata dall’artista anglo-indiano Anish Kapoor.

Si tratta di un Cinema di Terra, un “taglio” scavato nella terra lungo 45 m, in cui le persone possono entrare dai due lati. All’interno una lunga feritoia permette di “vedere” lo straordinario paesaggio naturale, sentendosi parte di esso. Attraverso l’opera, Kapoor si invita a ritrovare un suono, un’eco della Madre Terra, a ritrovare un’immagine sullo schermo nero messo al centro del lato della feritoia in cui non compaiono figure in movimento, ma riflessi, ombre della vegetazione sovrastante. L’opera è caratterizzata da segni inediti di plasticità e di emozioni conseguenti alla scoperta di una visibilità della natura, che solo apparentemente può essere claustrofobia. Qui si conclude questo itinerario spazio/temporale, con l’invito, per il visitatore, a compiere un’esperienza sensoriale all’interno dell’opera, grazie alla quale è possibile aprire un nuovo punto di vista sul territorio.